Il Tempio

L’iniziazione è una cerimonia a carattere sacro, dunque essa può svolgersi unicamente in un luogo sacralizzato e consacrato da un rituale. Vale a dire di aver luogo solo in un tempio che comunque è un luogo chiuso e circoscritto. Nello spazio come anche nel tempo, che è qui limitato ad un tempo di dodici ore.

La Massoneria, riferendosi ad Hiram e al Tempio di Salomone, ha elaborato tutto un simbolismo su questo tema. Il tempio può essere considerato come un’immagine simbolica dell’Uomo e del Mondo. Per accedere alla conoscenza del Tempio celeste bisogna realizzarsi in se stessi, vivere in spirito per la sua ricostruzione e la sua difesa. L’orientamento stesso del Tempio, con l’ingresso a Occidente e il seggio del Venerabile a Oriente, come nelle cattedrali, è di per sé un simbolo. II Tempio rappresenta il cammino che conduce dall’Occidente all’Oriente, cioè verso la luce. E’ un luogo sacro, simbolico. Interrogato sulle dimensioni del Tempio, il Massone deve sempre rispondere: la sua lunghezza va da Occidente a Oriente, la sua larghezza da Settentrione a Mezzogiorno, la sua altezza dal Nadir allo Zenith. Essendo il Tempio un’immagine del cosmo, le sue dimensioni non possono essere definite. Il soffitto del Tempio e a forma di volta costellata: rappresenta il cielo notturno, con la sua moltitudine di stelle visibili. A Oriente, dietro il seggio del Venerabile, appare il “Delta luminoso”, ovvero il triangolo con un occhio al centro, che è l’occhio divino.

L’ ambiente all’interno del Tempio è definibile come “La Stanza Segreta”

In ogni rituale di iniziazione c’è una prova che è costituita dal passaggio per una stanza segreta: cripta, sotterraneo, stanza chiusa o scavata nel suolo, radura nella foresta ecc. E’ un luogo al riparo da sguardi curiosi: l’iniziato vi viene asperso d’acqua lustrale o del sangue di una vittima sacrificata. Spesso deve passarvi la notte perché si pensa debba ricevere, durante il sonno o nello stato di veglia, le rivelazioni della divinità.

Il papiro magico “Salt” dell’antico Egitto parla di una stanza segreta, dove passa il «segno dei soffi» e dove i defunti vengono rigenerati e preparati alla nuova vita.

Apuleio descrive una di queste stanze nell’Asino d’oro (libro II, pag. 25), nel corso di un’iniziazione ai misteri di Iside. «Ho toccato i limiti della morte», farà dire a Luciano, che è il protagonista, «ho ispezionato la soglia di Proserpina… Ho avvicinato gli dei celesti e gli dei inferi … ».

Questa stanza segreta rappresenta il luogo dove l’uomo vecchio muore e dove l’uomo nuovo nasce. Può essere paragonata al battistero cristiano. Ogni iniziazione, anche la più naturale, comporta una parte di segreto e di ritiro, e la nuova vita che essa apre si fonda su una parziale morte e su una parte di abbandono.

Studiando il simbolismo delle fiabe, vediamo che il protagonista ottiene la sua fortuna superando delle prove che iniziano entrando in alcune stanze fatate (Loeffler-Delachaux, M. – Le Circle, Ginevra 1947, pag.98-100). Si distinguono tre stanze segrete, corrispondenti a tre gradi di iniziazione, ognuna con una propria serratura e una propria chiave: di bronzo, d’argento, e d’oro. Si tratta di progressivi luoghi di iniziazione, in cui l’iniziato viene dapprima purificato (chiave di bronzo), quindi istruito per dominare le forze della natura (chiave d’argento) e infine illuminato dalla conoscenza suprema e dall’acquisizione del potere (chiave d’oro).

Le tre stanze corrispondono alle fasi con cui si accede al sacro, in modo sempre più interiorizzato, come un cammino spirituale che va dal sagrato sino all’interno del tempio, e quindi, fino al tabernacolo dove risiede la divinità.

Il Pavimento a scacchi

Il pavimento a scacchi del Tempio é un simbolo molto complesso e si presta a numerose allegorie ed é fondamentale che lo si consideri prima di ogni altra cosa. Nei nostri lavori ci muoviamo su di esso, così come all’esterno ci muoviamo sulla scacchiera della vita. Esso crea un luogo peculiare, al di fuori del tempo dove i nostri simboli prendono vita, quasi che sia un cerchio magico. Proprio come quello dato dalla dalla magia cerimoniale. Sostanzialmente rappresenta -prima di ogni cosa- il dualismo che é la palestra della nostra esistenza. Quando l’universo è emerso dalla non esistenza. Quando dall’”Uno” è nato il “duplice”, il molteplice, gli opposti, la luce e l’ombra. In quel momento è iniziato il nostro cammino lungo il sentiero che ci riporta all’origine. Il nostro cammino, la nostra ascesi, ci portano verso l’unione degli opposti per ottenere la reintegrazione nell’unità primigenia. In loggia impariamo a considerare il pavimento come la sintesi dell’esistenza umana con le sue gioie e i suoi dolori, le sue luci e le sue ombre. Delle luci dovremmo conoscere abbastanza ma credo che sia utile parlare delle ombre per inquadrarle nella loro vera natura. La vita umana è un groviglio di gioia e di dolore, di salute e di malattia, di entusiasmi e di scoraggiamenti, di slanci spirituali e di immersioni nella materialità, per questo parliamo di luce e di ombra. Questo deve essere tenuto ben presente dentro di noi. Per poggiare saldamente i piedi, sul sentiero della autorealizzazione, dobbiamo acquisire la capacità di accettare ciò che ci arriva, con serenità, distacco e saggezza. Questo è il significato del pavimento a scacchi.

La vita ha un lato luminoso ed un lato oscuro, perchè questo mondo di relatività, è composto di luce ed ombra. Guarda solo il buono in ogni cosa, affinché tu possa assorbire le qualità della bellezza.

I Tre viaggi e il labirinto

Un’altra caratteristica che contraddistingue il grado di apprendista è il labirinto. Esso è essenzialmente un intersecarsi di vie, alcune senza uscita in cui fondamentale è scoprire quella che conduce al centro. Allegoria del cammino iniziatico e dei suoi pericoli, esso era tracciato sul pavimento delle cattedrali gotiche anche se in seguito, perdendosene il significato, lo si è usato anche nelle chiese più tarde. Il labirinto è una catena esoterica, fatta d’incisioni, bassorilievi, sculture, che agli occhi profani sono semplicemente ornamenti. Tutto ciò costituiva una sorta di mappa del tesoro, le cui regole somigliano un poco a quelle del popolare gioco dell’oca dove i «giocatori» camminavano seguendo una spirale tracciata nei secoli, quasi una Via Lattea, dove ogni casella in più da percorrere, è una prova da superare prima di arrivare al Centro dove dimora l’Essere Eterno. Contemporaneamente il massone medievale percorreva un percorso simile, ma questa volta sul territorio. Un percorso che si dipanava sulla carta geografica nelle località dove era situata una cattedrale e, di cattedrale in cattedrale, imparava sempre nuovi segreti ma sempre con la doppia valenza costruttiva e mistica. Non a caso, ad esempio, se noi segnamo su di una cartina i punti dove sono collocate le cattedrali gotiche, abbiamo il disegno della costellazione della Vergine e non è un caso che tutte le cattedrali di quel periodo, si chiamino Notre Dame (Nostra Signora). Il percorso in loggia, sia quello che si fa abitualmente durante le tornate, sia e specialmente quello che si fa durante l’iniziazione è il percorso di un labirinto. Innanzi tutto il candidato compie tre giri all’interno della loggia, ripassando tre volte per gli stessi passi. Il candidato è bendato, per simboleggiare sia l’oscurità materiale sia spirituale, perché egli in questo momento è come se si trovasse negli inferi o nell’interno della Grande Piramide, quella di Cheope. Egli non vede nulla ma può udire, avanza a tastoni incespicando, ma sorretto dalla sua guida. Il candidato parte da occidente che rappresenta la realtà materiale la sicurezza quotidiana delle cose consuete, e si avventura nelle tenebre, come nella foresta oscura di Dante e Virgilio, alla ricerca del ramoscello d’oro, corrispondente al ramo di acacia massonico che gli permetterà, come a Ulisse, di entrare negli inferi viaggiando verso nord. Il viaggio si concluderà alla fine del labirinto, a oriente al sorgere del sole della luce iniziatica, davanti al Volume della Legge Sacra.

Dalla confusione e dallo zig-zag del primo viaggio si passa alla tranquillità del terzo. In ogni percorso viene sperimentato un elemento diverso. L’elemento terra lo ha sperimentato nel gabinetto di riflessione. Nei suoi giri sperimenterà l’elemento acqua, l’elemento aria ed infine l’elemento fuoco.

Le Tre Melagrane

Vediamo ora gli altri elementi simbolici del Tempio. Sulla colonna di sinistra contraddistinta dalla lettera B sono presenti tre melagrane.

La melagrana è un simbolo di fecondità, di discendenza numerosa: nell’antica Grecia è un attributo di Era e di Afrodite e, a Roma, l’acconciatura delle spose era fatta di rami di melograno. In Asia, la melagrana aperta è un segno di buon augurio.

La mistica cristiana traspone il simbolismo della fecondità sul piano spirituale e per questo san Giovanni della Croce considera i semi di melagrana simbolo delle perfezioni divine nei loro innumerevoli effetti; a cui aggiunge la rotondità del frutto – espressione dell’eternità divina – e la soavità del succo – il godimento dell’anima che ama e conosce. La melagrana rappresenta infine «i più alti misteri divini, i giudizi più profondi e le più sublimi grandezze» (Cantico dell’anima). I Padri della Chiesa hanno visto nella melagrana un simbolo della Chiesa stessa: «Come la melagrana contiene sotto un’unica scorza un gran numero di semi, cosi la Chiesa unisce in una sola fede popoli diversi» (de Tervaren Guy, Attributs et symboles dans l’art profane, Ginevra 1959, pag.204).

Il seme di melagrana avrebbe avuto, nell’antica Grecia, un significato legato alla colpa. Persefone racconta alla madre, come essa fu sedotta suo malgrado: «egli mi ha messo di nascosto in mano un cibo dolce – un seme di melagrana – e mio malgrado, mi ha costretta a mangiarlo» (Inno omerico a Demetra). Il seme di melagrana consacrato agli inferi è un simbolo delle dolcezze malefiche: per averlo mangiato, Persefone passerà un terzo dell’anno «nell’oscurità brumosa e gli altri due presso gli Immortali». Nel contesto del mito, il seme di melagrana potrebbe significare che Persefone ha ceduto alla seduzione e meritato così la punizione. D’altra parte, assaggiando il seme di melagrana, essa aveva rotto il digiuno che era la legge degli Inferi: chiunque prendesse del cibo non poteva ritornare tra i vivi. Solo grazie a uno speciale intervento di Zeus, Persefone divise la sua esistenza fra i due mondi.

I sacerdoti di Demetra a Eleusi, gli ierofanti, «erano incoronati di rami di melagrano durante i Grandi Misteri», la melagrana stessa, frutto sacro che aveva fatto perdere Persefone, era rigorosamente proibita agli iniziati perché, «simbolo di fecondità, ha il potere di far scendere le anime nella carne» (Servier J. Le portes de l’année Parigi 1962, pag.119, 144). Il seme di melagrana mangiato dalla figlia di Demetra l’aveva votata agli Inferi e, attraverso una contraddizione del simbolo, condannata alla sterilità; la legge permanente degli Inferi prevaleva sull’effimero piacere di aver assaggiato la melagrana.

Le Tre divinità

Nel Tempio sono presenti anche le immagini di tre divinità: Minerva, Ercole, Venere.

Minerva

Minerva era la dea della saggezza e della conoscenza. Nata dalla testa di Giove da cui esce già adulta e con tanto di armatura, aveva come simbolo l’ulivo il cui olio nell’antichità era usato per alimentare le lampade per illuminare. Dal simbolo della luce fisica a quello della luce interiore il passo è breve. Aveva anche come simbolo la civetta animale che vede nell’oscurità, simbolo della luce che emerge dalle tenebre del caos, ed inoltre era rappresentata dal pavone, la cui coda sembra composta da migliaia di occhi simbolo della conoscenza che vede ogni cosa.

essa rappresenta la saggezza che guida il venerabile nel suo compito.

Ercole

E’ il simbolo della forza e della determinazione, perché la saggezza necessita della forza e della stabilità per essere applicata. La ricerca spirituale non è percorso per deboli, ne per i pigri.

Venere/Afrodite

Venere è il simbolo della bellezza che ispira la loggia, ma è sempre associata al suo doppio, ovvero Afrodite.

E’ la dea della bellezza, il cui culto di origine asiatica è celebrato in molti santuari della Grecia, soprattutto a Citera.

Figlia del seme di Urano (il Cielo) sparso sul mare dopo la castrazione del Cielo da parte di suo figlio Crono (da cui nasce la leggenda di Afrodite nata dalla spuma dei mare), sposa di Efesto lo zoppo che essa ridicolizza in molte occasioni, rappresenta le forze irrefrenabili della fecondità non nei loro frutti ma nel desiderio appassionato che esse accendono nei viventi.

Spesso è rappresentata tra le fiere che la scortano come nell’inno omerico in cui l’autore evoca innanzitutto il suo potere sugli dei, poi sugli animali: «Ella fa smarrire la ragione anche a Zeus che ama il fulmine, lui, il più grande degli dei … ; anche questo spirito saggio lo corrompe quando vuole… Raggiunse l’Ida dalle mille sorgenti, la montagna madre delle fiere; dietro di lei venivano adulandola i lupi grigi, i fulvi leoni, gli orsi e la rapida pantera, insaziabile di cerbiatti.

Alla loro vista, essa si allietava di tutto cuore e gettava il desiderio nei loro petti; allora insieme essi correvano ad accoppiarsi nell’ombra delle valli» (Inni omerici, 36, 38, 68-74). E’ l’amore nella sua forma unicamente fisica, il desiderio ed il piacere dei sensi: ma non ancora amore specificamente umano. Sul piano più elevato dello psichismo umano, in cui l’amore è completato dal legame delle anime, il cui simbolo è Era sposa di Zeus, il simbolo di Afrodite esprime la perversione sessuale, perché l’atto sessuale può essere cercato solo in funzione del piacere che la natura vi collega. Il bisogno naturale allora si esercita perversamente (Diel Paul, Le symbolisme dans la la Mythologie grecque, Paris 1966, pag.166). Ci si può però chiedere se l’interpretazione di questo simbolo non si evolverà in seguito alle più moderne ricerche sui valori propriamente umani della sessualità. Anche negli ambienti religiosi più severi, si sta studiando se l’unico scopo della sessualità sia la fecondità, se non sia possibile umanizzare l’atto sessuale indipendentemente dalla procreazione. Il mito di Afrodite potrebbe restare ancora immagine della perversione, perversione delle forze vitali e della gioia di vivere, non più perché la volontà di trasmettere la vita sarebbe assente dall’atto d’amore ma perché l’amore stesso non sarebbe, in esso, umanizzato. Resterebbe a livello animale, degno delle fiere che compongono il corteo che segue la dea. Alla fine di questa evoluzione, però, Afrodite potrebbe apparire come la dea che sublima l’amore selvaggio, integrandolo in una vita veramente umana.

 La Squadra e il Compasso

Nell’ambito di un linguaggio iconografico convenzionale, il compasso è stato da noi considerato l’emblema delle scienze esatte, del rigore matematico, di fronte alla fantasia immaginativa, alla poesia. La nozione di regola, e di rettitudine, è d’altra parte alla base dell’ideogramma cinese “kuei”.

Tanto nell’esoterismo occidentale che nell’antica Cina, il compasso – generalmente associato alla squadra- è un importante simbolo cosmologico: esso serve a misurare e a tracciare il cerchio, mentre la squadra serve a tracciare il quadrato. Dicono i filosofi della scuola dei legisti: «Nella squadra e nel compasso si trova la perfezione del quadrato e del cerchio».

Un disegno di William Blake, intitolato “il Vecchio dei Giorni misura il tempo”, rappresenta un vecchio nel disco solare, che tende verso il mondo un immenso compasso. Coomaraswamy e Guénon hanno accostato questo simbolo alla misura o determinazione dei limiti del Cielo e della Terra, di cui parla il Veda, e hanno evocato il ruolo dell’architetto celeste Vishvakarma, come anche quello dei Grande Architetto dell’Universo massonico.

Il compasso rappresenta la ragione, la logica, la materia, la disciplina, l’ordine, la rettitudine; la squadra a braccia uguali rappresenta l’equilibrio tra la verticale e l’orizzonte, la squadra a braccia disuguali, detta pitagorica, rappresenta la possibilità di armonizzare la proporzioni.

Dante ha cantato il Dio Architetto: «Colui che volse il sesto / allo stremo del mondo, e dentro ad esso / distinse tanto occulto e manifesto» (Dante:Paradiso, 19, 40-42).

Il compasso è stato interpretato come l’immagine del pensiero che disegna o percorre i cerchi del mondo; tracciando le immagini del movimento ed essendo mobile esso stesso, il compasso è diventato il simbolo dei dinamismo costruttore, l’attributo delle attività creatrici.

In Occidente come in Cina, il compasso e la squadra evocano rispettivamente il Cielo e la Terra. Il Maestro massone, posto «fra la squadra e il compasso», svolge un ruolo di mediatore simile a quello dello ieri taoista. In Occidente, il compasso e la squadra sono attribuiti rispettivamente alle due metà – maschile e femminile – dell’Androgino ermetico (Rebis), corrispondenti al Sole e alla Luna; in Cina, li si attribuisce a Fu-hsi e Niú-kua, che sono i principi maschile e femminile della manifestazione. Tuttavia, quando Fu-hsi e Niú-kua sono uniti, i rispettivi attributi si invertono o, più esattamente, sono scambiati. E la raffigurazione della ierogamia, la sintesi ricostituita dello yin e dello yang, in cui la figura yang porta l’attributo yin e viceversa, allo stesso modo che nella rappresentazione del T’ai-chi, la metà yang include un punto yin e la metà yin un punto yang.

Più prosaicamente, l’espressione compasso e squadra (kuei-chin) indica i buoni costumi e il giusto ordine, ne fa l’armonia complementare delle influenze celesti e terrene.

Notiamo anche che, conformemente al simbolismo del cerchio e del quadrato, il compasso è più specificamente in rapporto con la determinazione del tempo, la squadra con quella dello spazio, indicato in Cina dal carattere kin, antica squadra usata per le misure spaziali.

Il compasso e la squadra sono stati, durante il Medioevo, gli emblemi di molte corporazioni. La Corporazione, ha notato Guénon, impediva di portare il compasso solo ai calzolai e ai fornai. Tutte le altre avevano nel loro stemma, la squadra ed il compasso. (Granet M., Danses et légendes de la Chine ancienne, Paris 1926).

L’angolo di 90° riproduce la squadra, ma noi sappiamo che la squadra è il simbolo della materia, il compasso è il simbolo dello spirito e del suo potere sulla materia. Il compasso aperto a 45° indica che la materia non è completamente dominata, mentre l’apertura a 90° realizza integralmente l’equilibrio fra le due forze. Il compasso diventa squadra giusta» (Boucher Jules, La simbologia massonica, Roma,).

Le posizioni relative del compasso e della squadra manifestano così i diversi stati nei quali si trova l’Operaio in rapporto alle forze materiali e spirituali: se la squadra è posta sul compasso, la materia domina lo spirito; se i due strumenti si intersecano, le due forze si equilibrano; se il compasso è posto sulla squadra, questo è segno di un dominio spirituale; se infine l’apertura del compasso coincide con quella della squadra, si è realizzata l’armonizzazione suprema dei due piani, materiale e spirituale (Boucher Jules, La simbologia massonica, Roma,).

Si è fatto così del compasso, nell’iconografia tradizionale, un simbolo della prudenza, della giustizia, della temperanza, della sincerità, tutte virtù fondate sul senso della misura. Esso è diventato anche l’emblema della geometria, dell’astronomia (e della Musa Urania che la personifica), dell’architettura e della geografia, sempre perché esso è lo strumento della misura e, particolarmente, dei rapporti. Poiché Saturno, originariamente divinità agraria, contava fra i suoi attributi la misurazione delle terre, il compasso è anche attributo di Saturno, e poiché Saturno è anche il dio del tempo – zoppicante, triste e taciturno, un meditativo «alla ricerca dell’incognito, alla ricerca della pietra filosofale e dell’estrazione della quintessenza», il compasso è diventato simbolo della malinconia (Tervaren Guy de, Attributs et symboles dans l’art profane, Ginevra 1959, Pag.109-112).

 Il Maglietto del venerabile

Benché le tre luci abbiano ognuno un maglietto, la simbologia è riferita soltanto a quello del Venerabile.

Secondo la simbologia massonica «il maglietto è il simbolo dell’intelligenza che agisce e persevera; essa dirige il pensiero e anima la meditazione dell’uomo che, nel silenzio della coscienza, cerca la verità. In questa prospettiva, è inseparabile dallo Scalpello che rappresenta il discernimento, senza l’intervento del quale lo sforzo sarebbe vano, se non pericoloso». Il maglietto «raffigura anche la volontà che esegue: è l’insegna del comando impugnato dalla mano destra, il lato attivo, che si collega all’energia agente e alla determinazione morale da cui deriva la realizzazione pratica» (Boucher Jules, La simbologia massonica, Roma, pag. 11). E’ il simbolo dell’autorità del Maestro nel corso delle sedute massoniche.

Diversa è la simbologia del maglietto che colpisce, questo è simbolo della folgore e del fuoco. Ed indica la potenza divina, destinata a spezzare e a sciogliere gli ostacoli alla sua manifestazione.

Il martello-maglietto è anche l’utensile di Efesto (Vulcano) il dio zoppo della forgia. Assimilato al “Vajra”, il fulmine, esso è sia creatore sia distruttore, strumento di vita e di morte. Simbolo di Efesto e dell’iniziazione cabirica (metallurgia), il martello rappresenta l’attività formatrice o demiurgica. Quando colpisce lo scalpello, il mazzuolo indica il metodo, la volontà spirituale che mette in moto la facoltà conoscitiva, ritaglia idee e concetti e stimola la conoscenza precisa. In certe società, il martello forgiato ritualmente è efficace contro il male, gli avversari, i ladri, svolgendo così un ruolo di protezione attiva e magica. Nell’iconografia indù, almeno quando è attribuito a Ghantákarma, è anche distruttore del male (Burckhard T. Art and Thougt, London 1947, – Devoucoux Mgr., Etudes d’Archeologie traditionnelles Paris 1957, – Eliade M. Forgerons et alchimistes Paris 1956, -Mallmann M.T. De les enseignement iconographiques de l’Agni Purana, Paris 1963).

Il Libro Sacro

Il libro della legge sacra è disposto al centro della loggia, orientato verso oriente. Il libro è riferito all’orientamento religioso dei componenti della loggia, da noi di solito è il vangelo di San Giovanni, ma se vi fossero presenti di altre religioni dovrebbe essere aperto il libro sacro corrispondente alle varie religioni presenti, ad esempio l’Avesta per i Parsi, il Corano per i mussulmani o la Gita per gli induisti.

E’ ovvio che il libro è il simbolo della scienza e della saggezza sia, nella visione spirituale che nell’immagine occidentale.

Il libro è soprattutto – se ci eleviamo di un grado-, il simbolo dell’universo: «L’Universo è un immenso libro», scrive Muhiddin Ibn Al Arabi. L’espressione Liber Mundi appartiene ai Rosacroce, ma il Libro della Vita dell’Apocalisse è al centro del Paradiso dove si identifica con l’Albero della Vita: le foglie dell’albero come i caratteri del libro rappresentano la totalità degli esseri, ma anche la totalità dei decreti divini.

C’erano, nella Roma antica, dei libri detti “sibillini” che venivano consultati dai romani nelle situazioni eccezionali: in questi pensavano vi fossero le risposte divine ai loro problemi e le indicazioni sul che fare. In Egitto c’era un libro detto “il Libro dei Morti” questi era una raccolta di formule sacre, colmo di formule magiche e di preghiere, nonché di trucchi e giustificazioni, che venivano poste sulle bende dei defunti, e collocati nella tomba per aiutarli in occasione del giudizio e per implorare gli dei di favorirne la traversata degli Inferi e l’arrivo alla luce del sole eterno. Trovare insomma la «Formula per uscire alla luce.» In ogni caso il libro appare come il simbolo del segreto divino che non è confidato se non all’iniziato.

Se l’universo è un libro, il libro è la Rivelazione e per estensione, la manifestazione. Il Liber Mundi è nello stesso tempo il Messaggio divino, l’archetipo di cui i diversi Libri rivelati non sono che delle specificazioni, delle traduzioni in un linguaggio intelligibile. L’esoterismo islamico distingue talvolta tra un aspetto macrocosmico e un aspetto microcosmico del libro e stabilisce tra i due una lista di corrispondenze: il primo è il Liber Mundi, la manifestazione che discende dal suo Principio, l’intelligenza cosmica; il secondo è nel cuore, è l’intelligenza individuale.

Il Libro sacro, in certe versioni della Ricerca del Graal, viene identificato o abbinato alla coppa. Il simbolismo è allora molto chiaro: la ricerca del Graal è quella della Parola perduta, della Saggezza suprema divenuta inaccessibile all’uomo comune (Corbin H. Trilogie ismaélienne, Paris 1961, – Guenon R. Il re del mondo, Roma, – Guenon R. Il simbolismo della croce milano,- Guenon R., I simboli fondamentali della scienza sacra, Milano 1975, – Schoun F. l’Oeil du coeur Paris 1950).

Un libro chiuso vuol significare la materia vergine. Mentre se aperto, la materia fecondata. Chiuso il libro conserva il suo segreto, mentre aperto, il contenuto è afferrato da colui che lo scruta. Il cuore che viene paragonato a un libro: aperto esso offre i suoi pensieri e i suoi sentimenti, chiuso, invece li nasconde.

Per gli alchimisti «l’Opera è espressa simbolicamente da un libro, ora aperto ora chiuso, a seconda che la materia prima sia stata lavorata o soltanto estratta dalla miniera. Quando il libro è rappresentato come chiuso – indicando la sostanza minerale bruta – non è raro vederlo sigillato da sette fasce.Questi sono i segni delle sette operazioni successive che permettono di aprirlo, rompendo in ciascuna, uno dei sigilli. Tale è il Grande Libro della Natura che racchiude nelle sue pagine la rivelazione delle scienze profane e quella dei misteri sacri» (Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, pag.193, ed Mediterranee Roma).

Le Candele

In Loggia sono presenti tutta una serie di candele.

Il simbolismo della candela è legato a quello della fiamma. «Nella fiamma di una candela sono attive tutte le forze della natura» diceva Novalis. (scrittore e poeta romantico tedesco a lui si deve la rilettura di Plotino e del neoplatonismo, fece parte del movimento premassonico del “Pietismo”) La cera, lo stoppino, il fuoco e l’aria che si uniscono nella fiamma ardente, mobile e colorata sono una sintesi di tutti gli elementi della natura, che permangono individualizzati nella fiamma singola. La candela accesa è come il simbolo dell’individuazione, al termine della vita cosmica, che si concentra in essa. «Nel ricordo della buona candela dobbiamo ritrovare i nostri sogni di solitari, -scrive Bachelard – la fiamma è sola, naturalmente sola, vuole restare sola» (Bachelard G., La flamme d’une chandelle, Parigi 1961 pag. 36).

All’idea di unicità, di luce personale, Bachelard aggiunge quella di verticalità. «La fiamma della candela sul tavolo del solitario -scrive-, fomenta le fantasticherie della verticalità. La fiamma è una verticale vigorosa e fragile. Un alito disturba la fiamma, ma la fiamma si raddrizza. Una forza ascensionale la reintegra nel suo prestigio.» (Bachelard G., La flamme d’une chandelle, Parigi 1961 pag. 57-58).

La candela è Simbolo della vita ascendente.

Analogamente le candele che ardono accanto al defunto – i ceri accesi – sono il simbolo della luce dell’anima nella sua forza ascensionale, della purezza della fiamma spirituale che sale verso il cielo, la perennità della vita personale che è giunta allo zenith.

I Tre Candelabri

Al centro del Tempio, sul pavimento a scacchi, sono disposti tre grossi candelabri disposti a triangolo.

Il rituale ci dice che sono le luci della saggezza, della bellezza, e della forza. Queste sono le tre essenze che ispirano la Loggia.

Questi sono il simbolo della luce spirituale, del seme della vita e della salvezza.

In tutti i testi sacri dell’antichità si parla di oggetti simili. Nella Bibbia quando si descrive la costruzione del Tempio di Salomone, è il re stesso che da le indicazioni per la loro manifattura, anch’esse pregne di simbolismo (Esodo, 25, 31-33, 37-40).

Nei primi secoli del cristianesimo il candelabro indicava «il sole sulla quadriga, con l’aureola di sette raggi, circondato dai dodici segni dello Zodiaco e riecheggiato agli angoli dalle figure delle stagioni ( Daniélou Jean, Symbolisme cosmique et mouvements religieux, Musée Guimet, Parigi 1953, p. 63).

Nelle tradizioni celtiche, “candelabro del valore” è un’espressione usuale per indicare un guerriero valoroso; la metafora si basa evidentemente in senso figurato sullo splendore che egli emana. Analogamente, la lancia di un grande guerriero viene a volte paragonata a un candelabro regale (Windisch E., Testi irlandesi, Lipsia 1905 pag. 5, 373).

 

 Il Calice e la bevanda amara

L’amaro calice è probabilmente un simbolo che arriva tardi nel rituale probabilmente mutuato dal Rito scozzese rettificato, esso infatti non è presente nelle tradizioni cavalleresche.

Il giuramento che viene suggellato due volte mima con la bevanda dolce e poi con quella amara rappresenta il perenne dualismo della vita e della iniziazione. Essa rappresenta il cuore del candidato, colmo di cose dolci ed amare. Bevendo nella coppa, il candidato che non ha ancora superato la prova degli elementi, dichiara che andrà avanti nella cerimonia, da questo momento non potrà tornare indietro. Bere in una coppa è il momento fondamentale dell’iniziazione misterica fin dall’antichità, inizialmente però la bevanda era solo dolce. La ritroviamo nella tradizione indiana-vedica e vedantica, in quella dei Parsi, e in quelle buddistiche più antiche. E’ presente anche in quella alchemica-rosacrociana. La bevanda dolce che viene consumata ha spesso un rituale complesso di preparazione, essa in questo caso rappresenta la bevanda dell’immortalità, il “Soma” concetto presente anche presso gli antichi greci. È dopo questa fase che il candidato ha l’esperienza dei quattro elementi e delle divinità infere e supreme, come ci racconta Apuleio. Ma tornando alla tradizione massonica ed in quella ermetica, l’amaro calice fa da spartiacque tra le piccole e le grandi prove, tra i piccoli e i grandi misteri. Un altro simbolo che fa da specchio al precedente “le melagrane” presenti sulle colonne, essendo queste visibili solo dopo aver tolto la benda quindi dopo aver superato le prove e le iniziazioni. In questo caso esse rappresentano una bevanda che al contrario della prima è prima amara (la buccia) e poi dolce.

Gli elementi

Il candidato sperimenta durante l’iniziazione i quattro elementi. I viaggi simbolici che metaforicamente percorrono i quattro angoli dell’Universo si svolgono nello spazio della Loggia che dell’universo è l’immagine vicaria. Il candidato compie un viaggio dalla terra al cielo, dall’ignoranza alla conoscenza. Egli ha abbandonato il mondo limitato in cui si trovava per prendere coscienza dell’universo. Come abbiamo già detto il viaggio comporta uno spostamento, ma il vero viaggio è interiore. Viaggiamo dalla periferia verso il centro di noi stessi, verso il nostro cuore interiore, per accedere al tempio della saggezza. Dicevamo che il viaggio comincia dall’elemento terra nel quale si trova inizialmente il candidato.

Quello sperimentato nel gabinetto di riflessione.

Il primo elemento che il candidato incontra nel suo peregrinare all’interno del Tempio è l’elemento acqua, Il candidato bendato, ode una serie di rumori collegati con questo elemento, i membri della loggia poi fanno il massimo rumore possibile, oltre a disseminare di insidie il cammino del candidato, una tavola basculante gli da l’impressione del saliscendi. Questo è un viaggio di purificazione, e termina con l’immersione della mano e dell’avambraccio del candidato in una bacinella d’acqua, non potendo farlo con tutto il corpo del candidato, come veniva fatto nelle iniziazione pitagorea ed essenica. La simbologia è quella della rinascita permanente. Questo è l’insegnamento della presa di coscienza di sé e del cosmo. Questa condizione corrisponde al piano mentale e lunare.

Il secondo elemento che si incontra nel viaggio è l’elemento aria. Il candidato viene spinto in viaggio più calmo più fluido aria, il rumore di tuono e la folgore sono simboli dell’aria e manifestazione della discesa delle influenze spirituali. Già il colpo del maglietto del venerabile è una manifestazione della folgore. In condizione materiale di oscurità, viene colpito soffi d’aria da ogni parte. Il cammino del candidato è incerto e zigzagato come il fulmine. Questa condizione nella tradizione spirituale corrisponde al piano intermedio quello delle idee, della psiche al mondo astrale.

Il terzo viaggio è quella dell’elemento fuoco, quello dell’ultima purificazione. Il fuoco consuma l’uomo vecchio e dalla cenere nascerà l’uomo nuovo, proprio come la fenice. Al candidato viene passata la mano destra sul fuoco di un braciere o di una candela. Facendogli percepire il calore che brucia. È attraverso il fuoco che il massone brucia le scorie del suo ego. Questa fase corrisponde al piano causale quello della struttura dell’io ciò che impedisce all’iniziato di percepire la sua sostanziale unità con l’assoluto. E’ superando quest’ultima barriera che si raggiunge la “meta”. Questo elemento che è il quinto viene solo alluso perchè non è spiegabile concettualmente.

 

La Luce

Nel linguaggio e nei rituali massonici ricevere la luce è essere ammessi all’iniziazione. Dopo aver partecipato al rito, con gli occhi bendati, e aver prestato giuramento, il neofita con gli occhi finalmente scoperti è abbagliato dal chiarore della luce improvvisa, egli riceve la luce materiale, vicaria di quella animica. Tutti i membri della Loggia dirigono verso di lui la punta della loro spada. La Luce è data dal Venerabile per mezzo della spada fiammeggiante, simbolo ben noto del “Verbo”. Dare la luce è un rito che si celebra all’apertura di una seduta: il Venerabile è il solo a tenere un lucignolo acceso. Egli dà la luce ai due sorveglianti e con questo ognuno accende il cero posto sul pilastro. Infine, quando è introdotto un dignitario massonico, il Maestro delle cerimonie lo dovrebbe precedere portando una stella che rappresenta la luce che il visitatore dona alla Loggia (Servier J., L’uomo invisibile Milano 1972 ) Questa luce, alla quale si riferiscono così spesso i riti, non è altro che la conoscenza trasfigurante che i massoni hanno il dovere di acquisire.

La celebre Tavola di smeraldo, attribuita a Ermete Trismegisto, ma scritta probabilmente da Apollonio di Tiana che per secoli fu considerata come la “tavola della legge” dagli alchimisti e dagli ermetisti, evoca in questi termini la creazione del mondo: «La prima cosa che apparve fu la luce della parola di Dio. Essa generò l’azione, dall’azione al movimento e da questo al calore». Per Jacob Boehme la luce trae origine nel fuoco, ma «il fuoco è doloroso mentre la luce è amabile, dolce e feconda.» (Mysterium Magnum, 5,1). Questa Luce Divina che Jacob Boehme associa a Venere è il risveglio del desiderio e dell’amore realizzato dopo che l’essere ha subito la purificazione del fuoco. Questa luce contiene la rivelazione perché «nella luce vi è un Dio misericordioso e buono e nella forza della Luce, egli si chiama, prima di ogni altra proprietà: Dio, ed è perciò Il Dio Rivelato» (Mysterium Magnum, 2,10).

Questa accezione mistica, la glorificazione della luce, è totale. Essa diviene un’Epifania (apparizione) in cui la qualità sensibile è così forte che senza avere bisogno di incarnarsi in una forma, Dio vi si rivela, la fa Manifestazione in opposizione alle Tenebre.

La luce è amore, perché la luce sì libera del fuoco, così come il desiderio di amore si libera della volontà di Dio. Notiamo che nei primi secoli della Chiesa il battesimo si chiamava “Illuminazione” così come testimonia in particolare l’opera dello Pseudo Dionigi Aeropagita.

Nei “Rotoli del Mar Morto”, rinvenuti a Qumrán, che era sede una comunità essenica, si parla della guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre. Gli eletti, predestinati ad appartenere alla luce, e gli altri la cui patria sono le tenebre.

Tutta la storia del mondo e degli uomini è vista da allora come il campo chiuso in cui si affrontano gli eserciti dei due capi supremi: il Dio della luce e Satana (o Belial, Mastema…) principe delle tenebre.

 

Nel Vangelo di Giovanni, è evidente una simile concezione, accuratamente cristianizzata. Non si parla forse della luce che le tenebre non possono, né vogliono ricevere? (Giovanni 1, 4-5, 10). La gnosi allargò il campo strettamente morale di questo simbolismo speculando sull’antagonismo di una luce celeste primordiale e di una potenza sovrannaturale delle tenebre. Il mondo sensibile è un’impostura delle tenebre che cercano di rapire la luce ma non possono che imprigionarne dei riflessi nella materia. Per questo, gli eletti, quelli nei quali risiede una scintilla della luce divina, devono mettere in opera ogni cosa per respingere e annullare l’impresa del corpo, al fine così di ritrovare la loro vera natura essenzialmente divina e luminosa.

La luce è il simbolo patristico del mondo celeste e dell’eternità. Le anime, separate dal corpo, saranno secondo San Bernardo di Chiaravalle, sprofondate in un oceano immenso di luce eterna e di eternità luminosa. Il polo della luce è mezzogiorno, che è, in senso simbolico, «l’istante immobile,… l’ora dell’ispirazione divina… l’intensità luminosa del cospetto di Dio»,(Davy M., Trattato della vita solitaria, Parigi 1946, pag. 52,160).

 

Il senso simbolico della luce è nato dalla contemplazione della natura. La Persia, l’Egitto, tutte le mitologie antiche hanno attribuito una natura luminosa alla divinità. Tutta l’antichità rende questa stessa testimonianza: Platone, gli stoici, gli alessandrini e anche gli gnostici. Anche Sant’Agostino rielabora le influenze neoplatoniche concernenti la bellezza della luce. La Bibbia ne segnalava già la grandezza. Il Verbo non è detto anche lumen de lumine? La luce è Dio (vedi la prima Epistola di san Giovanni).

 

Il neofita con gli occhi finalmente scoperti è abbagliato dal chiarore della luce improvvisa, simbolo della “altra luce”. Scrive Saint Martin: “La luce del vero sole deve essere percepita senza rifrazione, cioè senza intermediario deformante, ma per intuizione diretta: tale è il carattere dell’illuminazione iniziatica. Questa conoscenza immediata, che è come la luce solare si contrappone alla luce lunare che, essendo riflessa, raffigura la conoscenza discorsiva e razionale”.

Inoltre la posizione dell’apprendista, nell’angolo nord-est della loggia, è fortemente simbolica. Essa infatti è la posizione meno illuminata, ma è anche la posizione del sole prima di sorgere essa allude alla grande potenzialità in cui si trova l’iniziato.

Per il massone, l’esperienza iniziatica della luce si presenta sotto il duplice aspetto che riguarda insieme, sia una presa di coscienza progressiva del mondo che lo circonda, -nella quale egli comincia a discernere la sua parte di illusione- Sia in quello di un improvviso sconvolgimento dell’essere che opera così una conversione. E’facendolo uscire da un universo profano e da una situazione storica condizionata per metterlo in cerca della verità e della luce dello spirito, di cui è il portatore. Il neofita sincero e ricettivo riceve al momento dell’iniziazione quella luce che produce in lui una frattura con il suo vissuto interiore, e gli svela o gli rivela più chiaramente di prima, il mondo sacro della libertà e dello spirito.

Il Grembiule

Il nuovo fratello verrà cinto dal grembiule, che per tradizione è bianco e di pelle d’agnello.

La forma geometrica del grembiule è a cinque lati ed è la sovrapposizione di un triangolo ed un quadrato, quantomeno in grado di apprendista dove la bavetta è alzata. Esso simboleggia il quaternario della materia sormontato dal triangolo dello spirito. La bavetta è alzata perché nel primo grado, ci si eleva dalla materia allo spirito. Nelle fasi successive la bavetta verrà abbassata, perché lo spirito dovrà permeare la materia.

Guardando a destra del cuscino, ai piedi dell’Ara, è possibile vedere la manifestazione tridimensionale del grembiule dell’Apprendista, la piramide ed il cubo che sono la pietra lavorata, enucleata dalla materia informe, della pietra grezza.

Rivestire il candidato con grembiule bianco è la trasposizione del rivestirlo di una candida tunica. Il colore bianco è per eccellenza il colore della ritualità. L’uomo vecchio viene gettato via, simboleggiato dai suoi abiti, ed il nuovo brilla per il suo candore. Gli iniziati durante la cerimonia nelle varie epoche sono sempre stati rivestiti di bianco.

Varie sono le tradizioni che fanno riferimento a questa consuetudine. Vogliamo citare quella che gli egizi chiamavano “Etangi” termine che significa anch’esso “tunica bianca”. Nei misteri di Iside al termine delle prove che portavano ad accedere nella parte interna del Tempio, prima della prova finale, al candidato veniva consegnata la veste dal sublime venerabile che dirigeva insieme ai nove patriarchi.

 

I Guanti

I guanti in loggia sono simbolo di purezza essi sono rigorosamente bianchi, per indicare che le mani del fratello sono immacolate. C’è da dire che anticamente, chi officiava delle cerimonie religiose doveva indossare i guanti bianchi, che erano probabilmente un complemento della sacralità. Nelle tradizioni antiche tra cui anche quella ebraica, gli oggetti sacri non potevano essere toccati da mani impure, i sacerdoti prima di entrare nei luoghi sacri dovevano purificarsi, i guanti permettono di maneggiare il sacro senza incorrere in accidenti. Nella tradizione biblica coloro che toccano con mani impure l’Arca dell’Alleanza anche solo per sorreggerla sono destinati a morire. Valgono quindi come conferma permanente della sacralità. I guanti in massoneria sono un simbolo ma anche un oggetto rituale, ricevuti il giorno dell’iniziazione, serviranno a rammentare per sempre sia quel momento che gli impegni presi.

Dalle prime decadi del 1700 venne introdotto un nuovo costume, si comincia a donare al fratello appena iniziato un paio di guanti da donna, e viene indicato che questo paio deve essere donato ad una donna degna della stima del nuovo iniziato. Traspare qui la componente cavalleresca dell’iniziazione massonica. Ogni iniziato deve avere il suo doppio femminile, la sua anima mundi, la sua Beatrice, la musa ispiratrice il suo dicotomico Anima-Animus. La spiritualizzazione dell’uomo passa attraverso la reintegrazione dell’essere.

Il dono dei guanti non deve essere fatto in maniera affrettata, il nostro doppio lunare deve essere accuratamente scelto.

 

 

Il quadro di Loggia

Il “quadro di loggia” è quel quadro che viene scoperto nel momento in cui si aprono i lavori e viene chiamato anche tavola di tracciamento e cambia a seconda del grado in cui si lavora. Oggi noi abbiamo il quadro già fatto, ma anticamente esso veniva disegnato di volta in volta, e distrutto alla fine dei lavori, come fanno ancora oggi i monaci nel Tibet con i “Mandala”, che vengono disegnati secondo un complesso rituale con polveri colorate ed un’operazione che a volte può richiedere mesi e poi viene cancellato immediatamente dopo averlo finito. Nella tavola di loggia sono raccolti grandi segreti, perché essa è un “Emblema” cioè un insieme, una costellazione di simboli che serve ad indurre nell’adepto uno stato d’animo particolare che gli permette di acquisire in maniera “pre-logica” ed immediata una serie di idee, sperimentandole non razionalmente ma con tutto il proprio essere. Deve realizzare, insomma, una specie di “Satori” come direbbero coloro che praticano lo Zen o una illuminazione sulla strada di Damasco come direbbero i cristiani. Nella tavola di loggia c’è la quintessenza del rituale.

Prendiamo dunque il quadro di loggia di primo grado. Osserviamolo, cosa troviamo davanti a noi? Vediamo una corda con sette nodi, poi il sole e la luna.

 

I sette nodi

I nodi sono un simbolo importante della interiorità spirituale, essi infatti fanno riferimento ai sette templi interiori. Di cui parla San Giovanni nell’Apocalisse, che lo ricordiamo significa semplicemente “Rivelazione” ed ha molto poco a che vedere con la fine dei giorni. L’apostolo descrive nella sua visione cosmogonica, l’essenza stessa dell’uomo e della creazione. E’ in questo viaggio alla conoscenza dell’uomo interiore che nominate sette chiese, sette candelabri d’oro cioè i sette centri spinali, i “chakras” della tradizione orientale. Il Cristo tiene in mano sette stelle (Apocalisse 1,16-20; 2,1; 3,1). Esse rappresentano le sette fasi dell’evoluzione spirituale dell’uomo. Sono anche rappresentati i sette gradi intermedi che sono collocati tra le due colonne.

 

 

Le due Colonne e le due Pietre.

Al centro della tavola di loggia ci sono due colonne. Quella di sinistra(entrando) è in stile Dorico, su cui è incisa la lettera B, sormontata dal globo terrestre. Quella di destra (entrando) è in stile Corinzio e su di essa è incisa la lettera J, alla sua sommità ci sono tre melagrane.

La pietra grezza rappresenta la materia prima del nostro essere e la pietra lavorata é quello che otteniamo lavorando su noi stessi con pazienza diligenza e silenzio, imparando a dominare noi stessi ed esercitando la virtù dell’auto-controllo con noi stessi e con gli altri.

 

Il Sole e la Luna

Il sole e la luna significano molte cose: prima di tutto sono simbolo di Iside e Osiride, del principio maschile e femminile. La Luna simboleggia la vita soggetta al divenire, e contemporaneamente è simbolo di tutte le divinità ctonie. Il sole invece rappresenta tutte le forze e le divinità della luce, è un simbolo assoluto in quanto può essere sia benefico che distruttore (siccità, arsura, desertificazione). I due luminari sono entrambi simboli dello scorrere del tempo. Nella tavola di smeraldo si dice “Il sole ne è il padre, la Luna la madre”. Naturalmente si parla del Mercurio ermafrodito, la materia prima e la conclusione dell’opera alchemica, che è il cinabro, la droga dell’immortalità che ringiovanisce il corpo e lo rende luminoso come il sole. Simbolo della nascita e della rigenerazione perpetua, come la Fenice. Nel Tantrismo Shiva e Shakti corrispondono a sole e luna, e tutte le operazioni mirano allo stesso scopo, unendo la due divinità con la loro energia dinamica. Ma il simbolo principale che dobbiamo cogliere è che trovandoci davanti i due luminari, noi dobbiamo conciliare i due opposti combinando ciò che cresce con ciò che cala. Conciliando i due principi, ovvero unendo gli opposti, noi otteniamo l’attimo immobile al di fuori del tempo e dello spazio, quella condizione che esisteva prima dell’universo dove è pura coscienza cosmica.

 

 

La Corda con le Nappe

La corda a nodi multipli è un simbolo con cui nei templi massonici si decorano abitualmente le pareti. Essa allude alla catena che unisce tutti i fratelli e che essi stessi rappresentano formando un cerchio e tenendosi per mano. La catena dell’unione ci appare essenzialmente come il simbolo della solidarietà umana, o meglio ancora come di una riconciliazione universale. Quando la corda annodata viene disposta in cerchio, ed ha dodici nodi, essa racchiude il tutto, perché per tradizione il tutto è diviso in dodici parti. La corda o cordone con le nappe che circonda il tempio ha la stessa funzione che aveva il cartiglio nei geroglifici egizi. Il cartiglio è quella cornicetta di forma ovale allungata, che nei geroglifici circonda il nome dei personaggi, si vede distintamente che è una cordicella chiusa da due nappe. Il cartiglio ha varie funzioni, principalmente quella di protezione dalle influenze esterne, sia come simbolo in piccolo che come simbolo in grande, Esso fa anche riferimento al mitico ”Uroboros”, raffigurato come gigantesco serpente che si morde la coda e separa il mondo dal caos. Quindi l’ambiente circoscritto dalla corda è una rappresentazione del cosmo protetto dal suo guardiano, l’esistente separato dal non esistente. Tale è l’idea della loggia, un luogo luminoso e reale circondato da una profanità oscura e irreale. Per dirla in maniera ancora più immediata, la corda con le nappe è come il cerchio magico che protegge il mago durante la cerimonia di magia rituale dalle influenze negative.

 

 

Il Triangolo

 

II simbolo dei triangolo è l’esaltazione del numero tre. Esso può essere pienamente espresso soltanto in funzione dei suoi rapporti con le altre figure geometriche.

Secondo Boezio (filosofo latino, Roma 480-524), che riprende le concezioni geometriche platoniche e che è studiato dagli autori romani, la prima superficie geometrica creata è il triangolo, la seconda il quadrato e la terza il pentagono. Ogni solido geometrico, -se vengono fatte partire dal suo centro delle linee verso gli angoli,- questi può essere diviso in tanti triangoli. Il triangolo è alla base della formazione della piramide. Il triangolo equilatero rappresenta la divinità, l’armonia, la proporzione. Poiché ogni generazione si produce per divisione, l’uomo corrisponde a un triangolo equilatero tagliato in due, cioè a un triangolo rettangolo. Questo, secondo l’opinione di Platone nel Timeo, è anche rappresentativo della terra. La trasformazione del triangolo equilatero in triangolo rettangolo si traduce con una perdita di equilibrio.

Fra le diverse figure geometriche, dopo il triangolo equilatero vengono il quadrato ed il pentagono. La stella a cinque punte diviene un pentagramma che designa l’armonia universale. Lo si ritrova spesso, poiché è impiegato come talismano contro le cattive influenze. Esso è la chiave della geometria ed è alla base della sezione aurea, chiamata anche proporzione divina. Il pentagono, che designa il mondo dei piani, evolve al dodecaedro che rappresenta il mondo dei volumi e che corrisponde ai dodici segni zodiacali. A ciascun segno primario, (esaedro, tetraedro, dodecaedro) corrisponde un proprio piano: al cubo, il quadrato; alla piramide, il triangolo; al dodecaedro, il pentagono. Le corrispondenze fra i numeri e le figure geometriche sono assolute, tanto che l’uomo risulta da un gioco di contrari, non può avere il significato del cerchio, che rappresenta l’unità e la perfezione. Tutto gli sfugge: il triangolo, il quadrato, la stella a cinque punte e il sigillo di Salomone a sei strisce. Se l’uomo non è nato allo spirito, queste figure geometriche mantengono segreti i loro simboli, che corrispondono ai numeri 3, 4, 5, 6. Il dodecaedro diviene accessibile soltanto nell’ordine della perfezione.

 

Le affinità fra quadrato e rettangolo nella costruzione sono state a lungo studiate. I triangoli e i rettangoli giocano un ruolo importante; da cui il significato della squadra nell’arte della costruzione. Nella tradizione dei tagliatori di pietre, in riferimento agli angoli e i rettangoli, viene detto che l’essenziale è trovare il centro, definire il punto, per restituire la proporzionale, che ci permette di avere un senso esatto del dato esteriore e del dato interiore. La reciprocità è sempre fondamentale. Se esaminiamo le cattedrali gotiche, appare innegabile che la disposizione architettonica della facciata è il riflesso di una disposizione interiore. Lo stesso dicasi per la struttura delle chiese romaniche fedeli alla tradizione. Tali esempi mostrano come, nel XII secolo, la scultura e la pittura non fossero distinte dagli altri aspetti della vita spirituale (Davy M., Iniziazione alla simbolica romana, Parigi 1964 pag. 201-203, Funck-Hellet C., De la proportion Parigi 1951, pag. 114).

 

Oltre alla sua importanza ben nota nel Pitagorismo, il triangolo è nell’alchimia il simbolo del fuoco e anche del cuore. Occorre inoltre considerare i rapporti fra il triangolo dritto e il triangolo rovesciato, essendo il secondo il riflesso del primo: si tratta dei rispettivi simboli della Natura divina del Cristo e della sua natura umana; sono anche quelli della montagna e della caverna. I triangoli sovrapposti raffigurano: Purusha e Prakriti, Shiva e la Shakti, il linga e la yoni, il fuoco e l’acqua. Le tendenze satwa e tamas. Come simbolo di conoscenza ed oscurità. Il loro equilibrio, sotto la forma dell’esagono stellato è rajas, che rappresenta “l’azione” l’espansione sul piano della manifestazione. (Danielou J. Il mistero dell’avvento, Brescia 1966./ Eliade M. Forgerons et Alchimistes, Parigi 1966./ Granet M. Danses et legends de la Chine ancienne, Parigi 1926./ Guenon R. L’esoterismo di Dante, I simboli fondamentali della scienza sacra, Ed. Mediterranee Roma).

 

E’ nota l’importanza attribuita al triangolo nella nostra istituzione, che viene anche chiamato il Delta luminoso. Il triangolo sublime è quello la cui vetta è di 36° e i due angoli di base di 72°. Ogni triangolo corrisponderebbe ad un elemento: l’equilatero alla terra, il rettangolo all’acqua, lo scaleno all’aria, l’isoscele al fuoco. Ai triangoli sono legate numerose speculazioni: sui poliedri regolari, che derivano dagli equilateri; sulle innumerevoli triadi della storia religiosa; sui trittici della moralità ben pensare, ben dire, ben fare; sulla saggezza, forza, bellezza, etc., sulle fasi del tempo e della vita, passato, presente, futuro; nascita, maturità, morte; sui tre principi di base dell’alchimia, sale, zolfo e mercurio ecc. Tali enumerazioni conducono facilmente dal simbolismo allo stereotipo. Il triangolo massonico rappresenta alla sua base la Durata e, sui lati che si ricongiungono alla vetta, Tenebre e Luce; il che comporrebbe il ternario Cosmico. Quanto al delta luminoso della tradizione, esso sarebbe un triangolo isoscele dalla base più larga di ciascun lato, come il frontone di un tempio: con 108° in cima e 36° per ogni lato della base: un tale triangolo corrisponderebbe al numero d’oro. Inoltre in questo triangolo si iscriverebbero perfettamente la stella fiammeggiante e il pentagono (Boucher J. La simbolica massonica, Roma 1979, pag.86-94).

 

 

Il bastone del maestro delle cerimonie

Il bastone del Maestro delle Cerimonie è essenzialmente uno strumento di misura, un metro. Dovrebbe avere delle tacche per delle misure intermedie, la sua lunghezza è di 144 cm, il doppio di quello dei Diaconi, e la sezione è di 4×4.

Il bastone è anche considerato il simbolo del tutore, del maestro indispensabile nell’iniziazione. Servirsi del bastone per far camminare, non significa colpire ma appoggiarsi: il discepolo procede appoggiandosi ai consigli del maestro (Hampate Ba, Amadou, Kaydara, pubblicazione UNESCO).

Sostegno, difesa, guida, il bastone diventa scettro, simbolo di sovranità di potenza e di comando nel campo intellettuale e spirituale e nella gerarchia sociale. Il bastone, segno d’autorità e di comando in Grecia, non era riservato esclusivamente ai giudici e ai generali ma anche, come segno di dignità, a certi maestri dell’insegnamento superiore. Sappiamo che i professori che avevano il compito di spiegare i testi di Omero portavano un bastone rosso (colore riservato agli eroi) quando interpretavano l’Iliade e un bastone giallo (come segno dei viaggi eterei di Ulisse sul mare celeste) quando parlavano del Odissea.

Il bastone è il segno dell’autorità legittima affidata al capo eletto. Il mazziere nei tempi antichi era un capo eletto che nelle processioni portava il bastone o il gonfalone di una confraternita. Ricordiamo che il pastorale del vescovo, è la trasfigurazione del bastone del pastore.

Il simbolismo del bastone è pure collegato a quello del fuoco e quindi a quello della fertilità e della rigenerazione. Come la lancia e il pestello. Secondo una leggenda greca il fuoco è scaturito da un bastone. Sarebbe stato Ermes l’inventore del fuoco (pyreia), tranne quello che Prometeo portò dal cielo, sfregando l’un contro l’altro due bastoni, uno di legno duro e l’altro di legno dolce. Il fuoco terrestre sarebbe di una natura diversa, ctonia, da quella del fuoco celeste, uranico, rapito da Prometeo agli dei; questo sarebbe divenuto tellurico, secondo l’epiteto di Eschilo, per esser sceso dall’Olimpo degli immortali tra gli uomini di questa terra.

Questo fuoco della scintilla, del fulmine del lampo, è fertilizzante, fa piovere o scaturire le sorgenti sotterranee, Con un colpo di bastone su una roccia Mosè scopre una sorgente alla quale il popolo viene a dissetarsi.

Un sacerdote della dea Demetra percuoteva il suolo con un bastone, rituale destinato a provocare la fertilità o ad evocare le potenze sotterranee (Seckan L. e Leveque P., Le grandi divinità della Grecia, Parigi 1966, pag.136).

Una notte appare in sogno a Clitennestra lo spettro di Agamennone. Si dirige verso lo scettro di cui si è appropriato il suo assassino, Egisto. Lo afferra e lo pianta in terra come un bastone. Sempre in sogno Clitennestra, vede spuntare in cima un albero fiorito, «la cui ombra si allarga su tutta la regione dei Micenei») (Sofocle, Elettra 413-415). Questo bastone che rinverdisce e fiorisce annuncia il ritorno prossimo del figlio di Agamennone, il vendicatore, è il simbolo della vitalità dell’uomo, della rigenerazione e della risurrezione (Lanoe-Villene G. Il libro dei simboli, Parigi 1935, pag. 59).

 

 

Le Agape e i Brindisi

L’Agape o banchetto massonico, è una tradizione molto antica, viene menzionato nelle Costituzioni di Anderson. Già da allora le riunioni e le assemblee di Loggia si concludevano con un banchetto. Il Cavaliere di Ramsey si sbracciava ad associare i banchetti massonici attraverso l’analogia con le feste intrinseche ai Misteri antichi Greci ed Egizi.

L’agape fraterna che viene fatta seguire alla tornata è di solito abbastanza rapida e semplice, Alcune di queste però vengono dette formali e seguono un preciso rituale. Queste vengono presiedute dal Venerabile. La tavola è fatta ad arco di cerchio, o a ferro di cavallo. Nell’Agape è proibito parlare ad alta voce e fumare. Il servizio di tavola è effettuato dagli Apprendisti.

 

Il posto del venerabile è al vertice, e quello dei sorveglianti alle estremità. Il fratello oratore si pone in testa alla colonna di meridione, ed il fratello segretario alla testa di quella di settentrione; l’oriente è occupato dai fratelli visitatori, o da ufficiali della loggia, qualora non vi siano visitatori. Eccettuati i cinque ufficiali appena menzionati, nessuno ha un posto distinto.

Nella tradizione italiana anche i cibi sono rituali le carni usate ad esempio sono esclusivamente pollo ed agnello, sono inoltre ammesse uova, vari tipi di vegetali, pane non lievitato etc. si cerca di attenerci per quanto possibile alla tradizione salomonica. La cosa più importante però sono i brindisi.

Il Venerabile decide il momento di fare il primo brindisi, batte un colpo di maglietto ed immediatamente i fratelli apprendisti escono dall’interno del ferro di cavallo, e si ritirano all’occidente (ripetendo la stessa cosa in tutti i brindisi). Tutti smettono di mangiare. Il fratello Maestro delle Cerimonie, di solito, sta da solo all’interno del ferro di cavallo e di fronte al venerabile, per essere meglio in grado di ricevere i suoi ordini e di farli eseguire. Ciascun sorvegliante si assicura della qualità massonica di tutti gli individui che stanno sulle due colonne, scorrendo lo sguardo su di essi e riconoscendoli per massoni. Il fratello Copritore Interno va a togliere la chiave della porta, che chiude; e da quel momento nessuno più entra od esce.

 

Un lato curioso di queste cerimonie deriva dal fatto che esse hanno conservato una consuetudine particolare che si ritiene derivato dalle tradizioni delle logge militari, dove si faceva uso di un lessico speciale. Non si usavano bicchieri ma tazze che venivano chiamate cannoni, le bottiglie e fiaschi venivano chiamate barili, ed il vino rosso e bianco rispettivamente polvere rossa e bianca. Il piatto era la tegola. Appena pronunciato il brindisi che si ascoltava in piedi ed all’ordine, tutti alzavano il bicchiere pronunciando ad alta voce la parola “fuoco”. Di tutto ciò nelle nostre Agapi rimane solo la consuetudine di bere dopo il brindisi dicendo “fuoco”.

 

La serie dei brindisi inizia col brindare al capo dello stato, poi al Gran Maestro, il terzo va al Venerabile della Loggia il quarto per i sorveglianti, il quinto, per i fratelli visitatori; il sesto, per i fratelli ufficiali e membri della loggia; il settimo ed ultimo, che viene detto il “brindisi del guardiano” ha una formula fissa che viene recitata in tutte le Logge del mondo, il testo è il seguente: A tutti i massoni poveri e afflitti dispersi per mare e per terra con l’augurio che possano trovare sollievo alle proprie pene e tornare presto nelle loro case se questo è il loro desiderio.

 

 

 

 

I Figli della vedova

 

Questo termine designa simbolicamente la Massoneria, i cui membri sono chiamati Figli della Vedova. Hiram, il leggendario antenato della Massoneria, era figlio di una vedova (I Re, 7, 14), il che spiegherebbe l’allusione. Ma essa sembra riferirsi soprattutto ad Iside, vedova di Osiride, cioè della luce, che parte alla ricerca delle membra sparse del suo sposo. Il Perfido Seth-Tifone, aveva ucciso Osiride e ne aveva sparso i pezzi per ogni angolo d’Egitto. Iside vaga per ogni dove per trovarne le membra e ricomporlo piano piano. Questa ricerca è anche quella del Massone, che si identifica con Horus, figlio di Iside e Osiride. Il radunamento delle membra sparse (di Osiride o di Purusha) corrisponde alla ricostituzione dell’unità primordiale.

Possiamo vedere anche allusioni al simbolismo della dea greca Era, anch’essa detta “la vedova”. Secondo alcuni dobbiamo vedervi anche riferimenti alla morte del Gran Maestro dei Templari, Jacques de Molay o, secondo Fabre d’Olivet, al simbolismo del “vav” ebraico. Il viaggio della Massoneria, rispetto alla tradizione templare, potrebbe tuttavia essere significativo sia dal punto di vista dottrinale sia dal punto di vista storico (Boucher J., La simbolica massonica, Roma, – Guénon R., I Simboli Fondamentali della scienza sacra, Milano, 1975).

 

 

 

 

Massoneria contraddizione apparente

 

Uno dei caratteri più intriganti dell’istituzione è la apparente contraddizione dei suoi contenuti, essa conserva un aspetto a scacchiera in tutta la sua struttura.

Da una parte c’è un atteggiamento rigido rispetto i documenti conservati per cui si crede solo a ciò che si vede, nulla esiste se non ci sono pezze d’appoggio, se dei documenti di provata autenticità non ne avvalorino la sostanza. Poi, di contro si da somma importanza alle leggende che tutto sono tranne che delle certezze. Ma ciò che balza subito agli occhi è la forte componente illuministica. Il grande merito della massoneria è aver traghettato la civiltà occidentale fuori dall’oscurantismo e dall’assolutismo. Quando in Loggia si diceva che tutti gli uomini hanno i medesimi diritti, che la libertà è un diritto di ogni uomo, e che la fratellanza è l’unica possibilità di rapportarsi tra i popoli, all’esterno delle nostre sacre mura il potere costituito sosteneva che il re aveva potere di vita o di morte sui sudditi perché glielo conferiva Dio in persona. La religione negava ogni possibilità scientifica e perseguitava coloro che non erano allineati con l’ortodossia religiosa, ed il patibolo gettava la sua ombra sinistra. Quello che oggi è considerato assodato, non molti decenni fa era visto come pericoloso. Molti fratelli hanno dato la vita per affermare i diritti di ogni uomo libero. Ogni fratello massone non se ne rende conto, ma porta il testimone come in una staffetta verso le generazioni future, porta il testimone del libero pensiero. La storia oggi ha sbeffeggiato coloro che volevano tenere la società moderna incatenata in una visione talebana del mondo, ma questi passi in avanti sono stati fatti da persone, da massoni, non sono avvenuti spontaneamente.

La massoneria nasce, e ne siamo certi da congregazioni di artigiani che non sapevano leggere,

la massoneria è anche un percorso cavalleresco. I vertici dei riti e spesso la loro struttura sono cavallereschi, come parte della iniziazione è con i suoi rimandi costanti alla veglia d’armi che i cavalieri facevano prima dell’investitura.

 

 

Che cos’è la Loggia?

 

La Loggia non è fatta dalla struttura, ma dalle persone che lavorano ritualmente insieme.

Essa è l’unità minima dell’operatività massonica, infatti nel pensiero massonico il soggetto centrale, non è il singolo massone, ma la singola Loggia. Ovvero è l’insieme degli individui uniti nella comune ricerca iniziatica e rituale della conoscenza, della Luce. Le persone mutano, variano e passano, la Loggia invece resta e si trasforma in continuamente. Storie, sentimenti, contenuti sempre nuovi ne riempiono l’involucro, ma essa accumula e sopravvive anche al silenzio del disimpegno umano e della morte. Spesso la Loggia esiste da varie centinaia di anni ed innumerevoli fratelli che non ci sono più, hanno trovato posto tra le colonne.

La Loggia è una istituzione, ossia è una organizzazione permanente, quasi immutabile. Grazie alla Loggia il pensiero massonico si preserva e si esprime attraverso i secoli, ma, al contempo, si presenta, variabile nei componenti, mutevole nella funzione e nei contenuti. Essa riunisce in sé i caratteri dell’individualità e della collettività, della soggettività e del l’oggettività. La Loggia è come un fiume la cui acqua scorre e non è mai la stessa, ma nel contempo il suo complesso è sempre uguale.

L’organizzazione interna delle Logge è fortemente gerarchica, ma tale gerarchia è elettiva, ed ha carattere esclusivamente funzionale, ossia finalizzata a garantire ed organizzare gli strumenti espressivi degli aderenti, ma non ad orientare, indirizzare, controllare, condizionare i contenuti delle loro espressioni. La varietà di questi contenuti costituisce proprio la maggiore ricchezza della Loggia. A tale gerarchia si giustappone l’autorevolezza etica, culturale, personale dei singoli componenti, oltre alla pari dignità di tutti. L’eguaglianza più assoluta, è la specifica dei rapporti interni di Loggia e ciò è sinteticamente espresso nel concetto di fratellanza.

 

La meta che ci si prefigge è la conoscenza completa del nostro essere e dell’universo nel quale viviamo. La ricerca del significato della vita umana poggia però, nel pensiero massonico, sul contributo critico, sull’apporto di tutti.

Tutte le verità rivelate, tutti i testi sacri ricevono uguale considerazione, e dato che non ci sono autorità gerarchiche indiscusse ed indiscutibili, ciascuno può ed è tenuto ad esprimere le proprie idee, le proprie convinzioni per apportare al patrimonio comune un ulteriore contributo di conoscenza.

 

Nella Loggia i singoli devono cercare di massimizzare la propria e l’altrui crescita attraverso lavori che privilegino ciò che unisce rispetto a ciò che divide. Non a caso, gli interventi verbali di ciascuno sono improntati ad aggiungere elementi di conoscenza alla discussione, piuttosto che critiche nei confronti di quanto altri hanno precedentemente affermato. Non a caso, per antica tradizione, aprendo i lavori muratori il rituale ricorda che da quel momento sono banditi i principali argomenti che dividono, in particolare politica e religione.

 

La responsabilità di ogni fratello è grande, non è casuale che un profano venga presentato da due fratelli che garantiscono per lui e dichiarano di conoscerlo bene e di riceverlo nella propria casa, Il legame dopo l’iniziazione continua, e si amplifica. La loggia si ingegna ad estendere le manifestazioni comuni come i funerali, la commemorazione dei defunti, i matrimoni. Allo scopo di ottenere l’armonia nella vita di Loggia

l’iniziazione vincola il fratello appena iniziato con un legame particolare agli altri fratelli seduti nel tempio.

Chi vive la vita di loggia in piena consapevolezza non solo ha una crescita personale, ma ha anche l’effetto di contribuire alla crescita degli altri. Ciò genera il sentimento di orgoglio della propria loggia

 

La società cambia continuamente, ma a impedire che cambi volto resta una ferrea e invisibile “quarta dimensione”, quella muratoria, che è prima di tutto dimensione dello spazio simbolico.

Ogni Loggia, su un territorio dai precisi confini, esteso specialmente se nella zona non ce ne sono altre, ha una serie di spazi e luoghi significativi, prima di tutto una “porta” simbolica, non marcata da speciali segni architettonici ma conosciuta per tradizione. La sede della Loggia è per ognuno dei fratelli l’estensione naturale della propria casa, la casa comune dove spesso si conservano con ogni cura e si mostrano con orgoglio i beni storici, artistici e archivistici acquisiti o donati dai suoi membri.

Alla stessa maniera le persone della loggia sono considerate dai fratelli come l’estensione naturale della propria famiglia biologica. A chi ha cercato a tutti i costi analogie con altri tempi, altri luoghi e altre culture è apparsa  tribù metropolitana, clan mediterraneo, moderna consorteria o fazione.

Ai massoni piace sottolineare l’unicità storica e sociologica della fratellanza, a erogare i riti di passaggio di appartenenza e di conferma di identità. La Loggia ama porsi e pensarsi nei termini di una piccola patria autonoma, una città nella città.

 

 

Il problema della Chiesa Cattolica

 

Sembra fuori luogo parlare di una singola chiesa su di un testo come questo, perché come abbiamo gia detto tutte le chiese, tutte le verità rivelate e tutti i testi sacri da noi hanno pari dignità. Ma in ciò ci spinge la contingenza, benché quella cattolica, nel mondo sia tra le chiese cristiane, ormai una minoranza, e lo stesso cristianesimo nel suo complesso sia minoritario nel mondo. La sua presenza nel nostro paese risulta ancora molto ingombrante. Molti fratelli di sincera fede massonica ma cattolici, sentono il peso di opinioni denigratorie sulla nostra fratellanza, da parte del clero o di sue emanazioni. E’ quindi opportuno fare qualche precisazione.

 

Ancor oggi, in Occidente, il Vaticano è rimasto l’ultimo stato assolutista e teocratico. Esso ha finto, con ipocrisia, di condividere valori di tolleranza ed i diritti umani, solo quando ha perso il potere politico. Ha riconosciuto la persecuzione di Galileo Galilei solo dopo essere stato sconfitto dalla storia e sbeffeggiato dalla scienza, di cui ha ammesso la veridicità delle idee, ma non ha cancellato la condanna di eresia. La chiesa ha chiesto perdono ad arabi ed ebrei ma non ha fatto menzione del genocidio ad esempio dei catari o degli albigesi, e di tutti gli altri, verso cui furono organizzate delle crociate, al cui confronto Stalin ed Hitler appaiono dei dilettanti. Non si è ancora pubblicamente pentita del rogo di Giordano Bruno né della santa inquisizione o del rogo dei Templari. Qualcosa però ci riguarda ancora più direttamente: le persecuzioni antimassoniche. Dai primi del settecento in tutta Europa i massoni sono stati perseguitati incarcerati torturati e giustiziati. Molti fratelli hanno dato la vita, affinché noi potessimo esprimere il nostro pensiero di uomini liberi. Non si possono dare lezioni di morale con le mani ancora macchiate di sangue, specialmente sulla pena di morte, essendo stata regolarmente applicata nello Stato pontificio, ed abolita solo in epoca molto recente, dopo la presa di Porta Pia. Rispetteremmo di più la Chiesa Cattolica se si occupasse maggiormente di fede e non di politica.

 

La tolleranza.

 

Frequentemente si crede che la tolleranza sia un concetto etico atto, nella visione più limitativa, a consentire la sopportazione degli altri e, nella visione maggiormente estensiva, a favorire il rispetto anche di chi non si può condividere. Nella prospettiva massonica, che prende le mosse dall’assenza di verità eterne, immutabili, assolute, rivelate una volta per tutte e che riconosce una scintilla della verità infinita in ciascun essere umano, il concetto di tolleranza, come si è già visto, assume una dimensione diversa. Esso garantisce quell’ascolto del pensiero altrui, che faceva dire al massone Voltaire: “non condivido le tue idee, ma sono pronto a dare la vita perché tu le possa manifestare”. Solo questo può consentire l’accumularsi delle verità plurime, in continua crescita. Quello stratificarsi di singole verità destinato a fermarsi solo quando non ci saranno più uomini sulla terra. La tolleranza si trasforma, dunque, in strumento di conoscenza al servizio del singolo individuo consapevole di essere solo parte di un tutto ben più vasto ed articolato.

 

Il rituale dei tre baci di saluto.

 

Fin dalle origine della nostra istituzione, è invalso l’uso di salutarci con un triplice fraterno abbraccio e conseguente bacio sulla guancia. Si tratta in questo caso di una antica tradizione, che è stata gnostica ed egizia, ma era anche praticata dagli esseni e dai terapeuti (due comunità del tempo di Gesù), tradizione questa che era propria anche dei rosacrociani. In origine il triplice abbraccio era rivolto al maestro, al capo della comunità ed era simbolo di rispetto e di obbedienza. Torna alla memoria Giuda che bacia Gesù nell’orto del Getzemani per indicare alle guardie chi era il maestro, perché solo al maestro veniva tributata questa forma di rispetto. Inoltre con il contatto fisico si è sempre pensato che si potesse veicolare una influenza positiva, un po come se si imponessero le mani per guarire. Dobbiamo considerare che nella visione spirituale, i piani di esistenza sono tripartiti, quindi in questa piccola cerimonia, con il primo bacio si entrava in contatto con l’aspetto terapeutico del maestro, con il secondo bacio si entrava in contatto con l’aspetto mentale del maestro e con il terzo bacio il discepolo entrava in contatto con l’aspetto animico del maestro. Instaurando questo contatto interiore, il discepolo riceveva una benedizione spirituale, una vera e propria elevazione, applicata a tutti e tre i piani dell’esistenza. La nostra mentalità contemporanea indubbiamente più laica, ha modificato il nostro modo di vedere le cose, e quindi si tende a ritenere ogni libero muratore di pari dignità, per questo il saluto ormai e praticato verso ogni membro della loggia. Noi massoni attribuiamo ad ognuno di coloro che salutiamo, la massima reverenza spirituale possibile.

 

In conclusione, la tornata è finita adesso torniamo nel mondo profano, da oggi avete qualcosa in più. Ora non siete solo degli apprendisti massoni, ma siete ambasciatori della massoneria, nessuno sa che siete stati iniziati lo sanno solo i vostri confratelli, e le persone che hanno la vostra confidenza, ma il mondo profano vi guarda, avete quindi il compito di ben rappresentare la nostra istituzione, e di suscitare quel senso di ammirazione per la serietà e la correttezza che vi contraddistinguerà.